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Scuola Secondaria di primo grado "G. Galilei"

Medioevo, ma non solo...

Anche quest’anno si è concluso in modo estremamente soddisfacente l’elaborato percorso di carattere storico che ha visto a fianco di alcune docenti di Lettere del Plesso della secondaria Galilei un partner d’eccellenza ovvero il Centro Turistico Giovanile La Specola.

La collaborazione con il CTG è ormai di lunga data per il XIV Istituto Comprensivo: l’associazione culturale che opera sul nostro territorio è, infatti, una garanzia di serietà e di competenza e offre ogni anno una serie nutrita di proposte didattiche interessanti per temi e originalità a cui gli insegnanti aderiscono volentieri e con entusiasmo.

Argomento dei percorsi da pochi giorni terminati e rivolti alle classi prime è stato “Padova Medievale”: si è trattato di uno studio accurato dei monumenti e delle piazze del Centro risalenti all’età “oscura” che – se pure ce ne fosse stato bisogno, nonostante le rinnovate interpretazioni storiche – di “buio” aveva molto poco, anzi, era ricca di fascino, di Bellezza con la B maiuscola, e di protagonisti, perché no, anche “illuminati”.

Attraverso dettagliate lezioni con le esperte CTG, in classe e sui luoghi illustrati, e tramite gli approfondimenti tematici curati a scuola, è emerso che nel Medioevo Padova era vivacissima, praticamente un pullulare di iniziative e di relazioni con centri italiani ed europei, un fermento di idee e di innovazioni, una vera e propria fucina d’Arte e di Cultura.

Gli itinerari si sono snodati a sviluppare aspetti politici, istituzionali ed economici del tempo, virando con sensibilità a toccare quelli sociali e, certo meno conosciuti, di solidarietà: lo sguardo è stato pertanto rivolto al Palazzo della Ragione quanto al Battistero del Duomo, ai Palazzi centrali del Potere laico, a quel che resta della Reggia Carrarese sino alla toccante Scuola della Carità di via S. Francesco…, e l’intrecciarsi delle vicende umane alle pubbliche ed alle religiose è parso non tanto (o non solo) aspetto curioso da notare, quanto più spesso significativo elemento connotativo di ogni epoca, la passata come l’attuale.

Alla già felice attività di studio è seguita quella “pratica” degli alunni che sono stati preparati a rivestire per familiari, amici e soci CTG il ruolo di “giovanissimi Ciceroni” nel cuore di Padova: è stata questa per loro una preziosa opportunità di crescita singola e collettiva in cui han dato prova di saper sia padroneggiare strumenti espressivi che gestire brillantemente le emozioni. Ed è stato gratificante per tutti notare che – al di là del prevedibile ottimo rendimento delle “eccellenze” – anche gli alunni “più fragili” si siano giovati dell’esperienza, scoprendo talvolta essi stessi di riuscire, con l’impegno e la determinazione giusti, a mietere successi del tutto insperati.

Plauso speciale ai genitori che si sono resi disponibili a collaborare, affinché tutto filasse per il meglio: inutile dire che senza di loro non ce l’avremmo fatta! D’altra parte si sa: l’unione fa la forza!

 

Venezia insolita

Anche noi della terza F della scuola secondaria Galilei siamo stati a Venezia quest’anno! Abbiamo visitato il Museo Ebraico e la suggestiva Sinagoga Levantina, a coronamento di un interessante percorso didattico svolto con l’insegnante di Religione Cattolica, ma il “pezzo forte” del nostro viaggio d’istruzione – siamo sinceri – è stato la sosta allo Squero di San Trovaso!

Cos’è uno “squero”? Parecchi di noi non lo sapevano. E’ il tipico cantiere veneziano in cui si creano, si costruiscono, si riparano barche di dimensioni contenute come pupparini, sandoli, scioponi, ma… soprattutto gondole!

Il termine pare derivi da “squadra”, in dialetto “squara”, che può indicare sia una squadra di persone che cooperano che un particolare strumento di lavoro.

E’ stato strepitoso parlare con lo “squerarolo”, uno dei pochissimi (forse due) ormai esistenti a Venezia: lavora a mano come un tempo, senza supporto di progetti scritti e personalizzando ogni imbarcazione su misura dell’acquirente. Il suo è un mestiere antico e a San Trovaso (in piedi addirittura dal Seicento)  si lavora ancora con i metodi di un secolo fa, quindi niente compensati come materiali, ma ben otto tipi di legno diverso. Non ci sono argani e le gondole vengono tirate su, rigirate e varate completamente a braccia.

Ogni barca è un’opera a sé ed ogni maestro d’ascia possiede i suoi segreti. “Questo è un lavoro che oggi non vuol fare più nessuno” Ci fa notare rammaricato lo squerarolo.  Ed è un vero peccato, ci vien da pensare.

Sul caratteristico piazzale inclinato verso il canale notiamo diverse gondole in manutenzione, più o meno intarsiate, tutte nere, eleganti nella loro forma affusolata ed unica. La “tesa” a fianco è un po’ malconcia, ma racconta anche lei una sua storia: è un edificio che ricorda le case di montagna del Cadore, perché è da lì che giungevano un tempo il legname e gli abili artigiani necessari alla costruzione delle barche.

Sulla sua facciata una marea di cappelli dai colori pastello un po’ svaniti, anch’essi simbolo di un mondo che pian piano pare scomparire.

Grazie, Venezia, dell’ennesima emozione che hai saputo farci provare!

 

Dame e cavalieri... in viaggio d'istruzione!

Arroccato su un declivio della val Lagarina in cui l’Adige scorre lento, adagiato tra vigneti e campagne ben curate, il trentino Castello di Avio ha ospitato quest’anno, in giorni diversi, gli alunni di tutte le quattro classi prime della scuola secondaria Galilei.

Quello che è tra i più noti ed antichi monumenti fortificati del Trentino è di proprietà del FAI (Fondo Ambiente Italiano) dal 1977, grazie al generoso lascito della contessa Emanuela di Castelbarco, discendente della nobile casata che – con alterne vicende – vantò per secoli il possedimento dell’immobile.

Punto di difesa e vedetta, nonché luogo prestigioso e potente, il maniero di oggi certo ha risentito dell’usura del tempo, degli attacchi più o meno devastanti di truppe nemiche, dei periodi di incuria…. In seguito, però, all’accurato restauro eseguito dal FAI, che ne ha permesso l’apertura al pubblico, il suo possente mastio, le cinte murarie (ben tre!) che, pur a tratti, lo circondano, e il palazzetto baronale danno comunque l’idea esso sia un gioiello, l’ennesimo, dello splendido patrimonio d’arte del nostro Paese.

Coinvolti in un interessante percorso di visita, che ha previsto anche un’attiva partecipazione nell’illustrazione degli spazi (“prova di realtà” del tutto inconsueta, ma condotta in modo brillante!), i ragazzi si sono calati a pieno nel Medioevo di cui tanto hanno sentito parlare in aula quest’anno. Ed è stato facile sui camminamenti delle mura riuscissero ad immaginare vigili sentinelle pronte a scoccare frecce da una feritoia, o provare un piccolo brivido di fronte alla Torre Picadora dove – è certo - si eseguivano le impiccagioni dei nemici o degli indesiderati.

Toccanti, oltre che particolarmente densi di significati pieni di allusioni, allegorie e rimandi, gli affreschi di alcuni interni, tra i meglio conservati esempi di pittura profana trecentesca: scene di battaglia, tornei, esercitazioni militari, contese d’amore. Ci riferiamo al ciclo della Casa delle Guardie in cui sono rappresentate le arti della guerra necessarie alla formazione del cavaliere (e qui, tra cavalli, soldati armati, fortezze e, persino, draghi, il livello di attenzione, come potete immaginare, è stato davvero altissimo!) e a quello “cortese” dell’elegante Camera dell’Amore, raffinato e ricco di una colta simbologia.

Gli operatori didattici hanno nel pomeriggio proposto anche un divertente laboratorio di drammatizzazione per far rivivere atmosfere e personaggi che un tempo abitavano il castello, cosicché gli alunni si sono per incanto ritrovati nelle vesti di armigeri, dame, cavalieri e semplici contadini.

Il consiglio di portarsi dietro la macchina fotografica non è mai stato più azzeccato, e lasciamo quindi alle immagini raccontare la perfetta riuscita del viaggio!


 

Narrazioni d'autore

A ridosso del 23 Aprile, Giornata Internazionale del Libro e festa della lettura, è tradizione, nel plesso Galilei, ascoltare alcune storie raccontate dal narratore Simone Maretti. Quest'anno si è scelto di proporre ai ragazzi delle classi prime, “Il giardino segreto” di F. H. Burnett, agli studenti delle seconde, una panoramica dei più famosi romanzi di A. Lindgren e a quelli delle terze, “L'amico ritrovato” di F. Ulhman.

Le storie appartengono ad epoche e generi diversi, ma comune è stata l'emozione che hanno saputo suscitare. Dallo stupore della scoperta, alla gioia del gioco, dal piacere dell'amicizia al dolore dell'abbandono, attraverso il susseguirsi dei temi connessi alle vicende e l'alternarsi dei personaggi, i ragazzi hanno potuto identificarsi, confrontare quelle storie narrate con il proprio vissuto e quando ad un certo punto, volutamente, la narrazione si è interrotta (perchè lo scopo dell'attività è proprio quello di sollecitare ad una ricerca e ad una lettura autonome), l'OHHHH prolungato e dispiaciuto, come ogni anno, ha rivelato quanto si era stati catturati fino a quel momento.

I libri in sintesi:

Mary Lennox, protagonista de Il giardino segreto, è una bambina né bella né simpatica, viziata e non amata che riesce con fatica e forza di volontà nel difficile compito di crescere trovando alla fine affetto e amicizia. Il romanzo, scritto agli inizi del '900, è oggi il più apprezzato della Burnett eppure, in occasione della morte della scrittrice nel 1924, gli autori del necrologio non lo ricordarono o non gli diedero molto rilievo ritenendolo inferiore ad altre opere dell'autrice quali Il Piccolo Lord La  Piccola Principessa.

Le avventure della strampalata famiglia Melkerson, in Vacanze all'isola dei gabbiani, della candida Pippi Calzelunghe, del pestifero Emil, tutti scaturiti dalla fantasia della grande scrittrice svedese A. Lindgren, hanno divertito, ma anche fatto pensare. I personaggi della Lindgren sono originali, anticonvenzionali, veri. Nelle vite degli altri portano la gioiosa trasgressione dell'essere se stessi.

Quanto a L'amico ritrovato, già le prime parole di questo romanzo breve ma denso catturano e commuovono: Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Il libro narra di un'intimità amicale perfetta tra due giovani diversi per estrazione sociale e carattere, l'ebreo Hans e il nobile tedesco, Konradin. L'amicizia nasce sui banchi di scuola, un liceo di Stoccarda, mentre già soffiano i venti del Nazismo ed è cementata dagli interessi comuni tra cui, profondissimo, quello per la lettura. L' intesa tra i due giovani sarà spezzata dagli eventi storici e dai pregiudizi e ritrovata dolorosamente solo dopo trent'anni, alla lettura da parte di Hans, ormai trapiantato in America, di alcune parole all'interno di una lista proveniente dal suo vecchio liceo: Afferrai il libriccino e mi accinsi a strapparlo, ma all’ultimo momento mi trattenni. Facendomi forza, lo aprii tremando alla lettera H e lessi:

VON HOHENFELS, Konradin, implicato nella congiura per assassinare Hitler. GIUSTIZIATO.

 

Io Tarzan, tu Jane

I Colli Euganei, oltre innumerevoli spunti naturalistici e riferimenti storico-letterari, offrono anche numerose opportunità di praticare avventurose attività sportive. Lo hanno recentemente sperimentato le classi I B e I F nel corso di una splendida giornata all'interno del Parco-avventura “Le Fiorine”, luogo ideale per vivere un'esperienza emozionante misurandosi nei percorsi aerei tra gli alberi e nel trekking.

In generale non si è trattato solo di una messa alla prova delle proprie abilità sportive perchè le attività -che si svolgono in totale sicurezza sotto lo sguardo attento degli istruttori- sono veramente alla portata di tutti: i più arditi e i più timidi, i più sicuri e i più timorosi. Imbragati, dotati di caschetto, moschettoni e carrucola, tutti i ragazzi si sono misurati nei percorsi adatti alla loro età.

Sospesi tra gli alberi ad alto fusto, sembravano coloratissimi frutti, presenze vocianti ed allegre che si stimolavano ed incoraggiavano a vicenda, dandosi consigli e scambiandosi impressioni ed emozioni. L'attività si è configurata quindi non solo come sano divertimento, ma anche come momento di crescita, sia per i singoli sia per il gruppo classe e il valore sportivo si è sommato al contatto stretto con la natura -il che per ragazzi di città è occasione preziosa- in una sinergia che ha stimolato fortemente i ragazzi mettendoli di fronte al riconoscimento della prova e allo sforzo per superarla, al confronto con la propria emotività, al reciproco sostegno e alla collaborazione. E poi sentirsi un po' Tarzan o Jane... vuoi mettere?

 



 

Donato, scultore fiorentino

Siamo in via Roma, all'esterno della chiesa di Santa Maria dei Servi. Per gli alunni di I A e I F inizia da qui il percorso ViviPadova che li porterà alla scoperta di un artista, Donatello, che seppe dare una nuova impronta all'arte padovana del Quattrocento. Donatello arriva nella città del Santo nel 1443 forse chiamato dal mecenate fiorentino, esule a Padova, il nobile Palla Strozzi. Padova, dal punto di vista artistico, era all'epoca sicuramente più provinciale di Firenze, ma sede di una grande università, che già dalla fine del XIV secolo aveva sviluppato una nuova sensibilità, quella umanistica.

Donatello è già scultore maturo e famoso. Lo accompagnano espressioni di apprezzamento, fama e molti aneddoti tra cui, famosissimo, quello del Cristo contadino. Così Brunelleschi, amico di Donatello, aveva definito il Cristo donatelliano in Santa Croce, a Firenze, perchè, secondo lui, era privo di solennità e delle proporzioni che si confacevano a un soggetto sacro. Sfidato a fare di meglio, Brunelleschi scolpì quello ora in Santa Maria Novella. Una volta terminato, alla sua vista, a sorpresa, Donatello rimase così colpito da lasciar cadere quanto comprato al mercato e destinato al pranzo con l'amico esclamando: “A te è conceduto fare i Cristi, Filippo, et a me i contadini”.

Anche il Crocifisso ligneo  nella Chiesa dei Servi presenta tratti di spiccato realismo e robustezza, ma è proprio in questo che risiede la novità dell'artista di cui gli alunni hanno continuato la scoperta spostandosi alla Basilica del Santo. In piazza del Santo, all'angolo con via Cappelli, una lapide posta sulla facciata di una casa di color rosso ricorda che qui dimorò Donatello nel corso del suo decennio di permanenza in città. Vicino, presso il canale S. Chiara, sorgeva l'antico maglio, un'officina utilizzata dai fabbri per fondere e battere i metalli. Quei capolavori di cui abbiamo la fortuna di poter godere, le sculture e i bassorilievi dell'altare del Santo, il magnifico monumento equestre a Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, sul sagrato della Basilica, sono il frutto di genio, certo, ma pretendevano tanta fatica. Era un lavoro duro e sfiancante quello della fusione delle statue in bronzo secondo il metodo della cera persa.

Dopo un decennio di intensissimo lavoro e tante e laute commissioni, Donatello tornò a Firenze. La sua parabola artistica andrà via via declinando. Aveva frequentato i più grandi del suo tempo, incontrato artisti sommi e i potenti dell'epoca. Negli anni della sua fiorente bottega, si narra fosse solito appendere una cesta piena di denaro che i suoi assistenti potevano prendere secondo le proprie necessità. Ricevette compensi ricchissimi e Cosimo dei Medici lo dotò di un vitalizio settimanale ma alla sua morte restarono da pagare 34 fiorini di affitto. Il figlio del modesto cardatore di lana, il talentuoso giovane orafo divenuto egregio scultore che i committenti si erano conteso, terminava la sua vita ad ottant' anni, povero e solo. Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello, lasciava però un'eredità immensa essendo riuscito a infondere in tante opere realizzate in tanti materiali diversi-legno, marmo, bronzo-, quell'umanità e quella capacità di introspezione che ce lo fanno sentire tanto vicino.

 

Palestra di BOTTA e RISPOSTA alla Galilei!

E’ per il terzo anno consecutivo che il Plesso Galilei di Montà partecipa con soddisfazione a “Palestra di Botta e Risposta”, il progetto centrato sulla metodologia del dibattito regolamentato in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova nella persona del prof. Adelino Cattani, docente di Teoria dell’argomentazione presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, oltre che presidente dell’Associazione per una Cultura e la Promozione del Dibattito, A.C.P.D.

A cimentarsi nei giorni scorsi nel cosiddetto “dibattito finale” sono stati gli alunni delle classi PRIME e SECONDE del Tempo Prolungato che, a colpi di argomentazioni, si sono sfidati su due temi alquanto distanti tra loro per importanza, e comunque in grado di stimolare – pur a diversi livelli – capacità di ricerca, di ragionamento, di esposizione, nonché di sviluppare abilità verbali e non verbali.

Ma scendiamo in dettaglio. I ragazzi “più piccoli” hanno scelto di fronteggiarsi su quello che, ad ancora un paio di mesi dal termine delle lezioni, appare loro come un vero e proprio “miraggio”: una bella vacanza! Meglio al mare o in montagna? Non vi diremo mai chi l’ha spuntata (gli "HEIDI FOREVER" o i "GENTE DI MARE"), anche perché de gustibus…; sappiate, però, che gli interventi sono stati elogiati da entrambi i giudici presenti (il prof. Cattani e il prof. Senofonte Nicolli, supervisore presso Scienze della Formazione Primaria Università degli Studi di Padova, formatore, vice presidente ACPD) per la passionalità con cui sono stati condotti.

Decisamente di altro spessore il tema dibattuto dai più “grandicelli”: il bullo è vittima o carnefice? Complesso (e forse impossibile) venire a capo della questione, ma i ragazzi hanno dimostrato di aver saputo sviscerare a fondo l’argomento, si sono documentati con rigore, hanno attinto anche – ed è forse questo che è stato più apprezzabile – alle esperienze personali per supportare la tesi per cui si erano schierati. E poco importa anche qui chi, tra la squadra "CATTIVISSIMO ME" e la squadra "IL BULLISMO NON DA' FRUTTI", abbia prevalso. E’ emersa piuttosto, ancora una volta, la bontà di un’attività volta a favorire l’abilità del role taking e le capacità logiche, basi dell’acquisizione di conoscenze interdisciplinari, ma anche in grado di “allenare” all’ascolto e alla comprensione delle idee altrui con atteggiamento rispettoso.

Naturalmente Palestra di Botta e Risposta non è stato un progetto per pochi. Le intere classi sono state coinvolte in un percorso articolato su più fronti nell’arco di ben due mesi: dalle lezioni frontali delle docenti di Lettere sulle procedure argomentative ai laboratori espressivi e  di gestualità con il prof. Alberto Riello, insegnante ed attore, collaboratore dell'U.S.T. di Padova;  dalla partecipazione come attori e spettatori alle simulazioni di dibattito in classe all’elaborazione di testi quale esito di ricerca personale e guidata.

Insomma, si è trattato di un’esperienza arricchente che ha messo ciascuno di fronte anche ai propri limiti, nel senso che ha indicato i correttivi cui ricorrere per migliorare nelle proprie competenze (della serie “di imparare non si finisce mai”), ma che ha pure consentito di attivare strategie di collaborazione e di comunicazione utilissime dentro e, ci si augura, fuori dalle pareti scolastiche.

 

Con il FAI, Ciceroni per un giorno!

Non è stato facile prepararsi, studiare, provare…, ma la soddisfazione è giunta a premiare l’impegno speso! Stiamo riferendoci al Progetto “Apprendisti Ciceroni” del FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, a cui diciotto baldi giovani delle classi terza F e terza G del Plesso Galilei di Montà hanno partecipato quest’anno, offrendosi come guide per illustrare il percorso di visita inerente Palazzo del Liviano e l’annesso Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte situati nel cuore del centro storico patavino, siti scelti non a caso, ma per celebrare il bimillenario della morte del grande storico latino.

Il progetto è risultato estremamente interessante per sviluppare abilità verbali e non verbali, padroneggiare strumenti espressivi, stimolare le capacità di esposizione ed educare al rispetto del bene comune, nonché incentivare l’approccio al volontariato e al servizio della comunità attraverso la trasmissione della cultura.

Al di là della scoperta di un angolo prezioso e davvero significativo del nostro territorio – i duecentocinquanta metri quadri di affreschi di Massimo Campigli e la quasi sovrumana statua di Tito Livio di Arturo Martini realizzati in epoca fascista nella cornice architettonica universitaria targata Giò Ponti, e la ricca collezione dell’umanista padovano Marco Mantova Benavides, nonché la Gipsoteca –  l’attività  è stata particolarmente utile per rafforzare il senso di responsabilità e l’autostima dei ragazzi coinvolti.

Moltissimi i visitatori, e non solo familiari ed amici…, desiderosi di conoscere un tassello della Storia locale e della Storia dell’Arte ad ampio spettro. E persino l’attenzione dei media, stampa e Tg3 Rai del Veneto, ha voluto valorizzare, per l'emozione dei presenti, un evento davvero indimenticabile!

Certamente un'esperienza da ripetere!

 

La camera delle meraviglie

Passione, nutrita da svariatissimi interessi e profondi studi, ma anche lo stipendio di 800 fiorini -di gran lunga superiore a quello dei colleghi dell' dell'Università di Padova- permisero al giureconsulto Marco Mantova Benavides, nel corso della sua lunga vita (1489-1582), di assecondare la smisurata predilezione per il collezionismo, condivisa all'epoca, pieno Rinascimento, con altri grandi intellettuali  come il padovano d'adozione Pietro Bembo.

I due si frequentavano, accomunati dagli interessi e dalla vicinanza dei rispettivi palazzi abitando Benavides presso Piazza degli Eremitani e Pietro Bembo in via Altinate. Molto probabilmente, all'acquisizione di qualche nuova opera da parte dell'uno o dell'altro si saranno invitati a vicenda per il gusto di stupire o forse anche di suscitare reciprocamente ammirazione e desiderio di possedere altrettanto o di ancor più stupefacente. In effetti le loro raccolte si offrivano come camera delle meraviglie, un'espressione usata per indicare particolari ambienti in cui, dal XVI secolo al XVIII, i collezionisti erano soliti conservare oggetti straordinari, antichi, rari o strani. Fu il primo stadio dello sviluppo del museo, in pratica, sebbene di quest'ultimo non abbiano avuto le caratteristiche della sistemazione, del metodo e delle finalità. Gli studenti della II F stamattina, seguendo un percorso ViviPadova, hanno potuto conoscere all'interno delle sale del Museo delle Scienze Archeologiche del Liviano, la preziosa, seppur non più integra collezione di Benavides i cui successori, spesso per far fronte a debiti, ne vendettero dei pezzi, mentre altre parti hanno trovato via via collocazione in diversi musei italiani. Cosa resta oggi di quell'immensa raccolta? All'interno di una scansia originale sono collocati bozzetti, calchi, studi di bottega, riproduzioni di teste di dei, eroi ed imperatori romani. Una statua greca originale (IV sec. a.C.) di Atena continua a mostrare la sua elegante figura da una nicchia. E' acefala e priva di braccia, mutilata forse proprio per accontentare più collezionisti, spesso esposti anche al rischio di comprare dei falsi, come i pezzi egizi della collezione Neumann, pure ospitata presso il museo del Liviano, dimostrano.

Come novelli Benavides, alla fine del percorso di ascolto e apprendimento, condotto da due ottime archeologhe, i ragazzi hanno realizzato una loro personale esposizione sistemando, secondo criteri di omogeneità e dimensioni, la loro giocosa, eterogenea e collettiva collezione. Per un po' di tempo, in un gioco a contrasto, sotto lo sguardo severo delle tante teste di eroi ed imperatori, si sono allineati peluche, portachiavi, macchinine, penne, monete, minerali, bambole, soldatini che i ragazzi avevano portato con sé.

Al termine del laboratorio, la visita ha condotto gli studenti alla chiesa degli Eremitani per sostare un po', riconoscenti, sotto l'imponente mausoleo di Marco Benavides, opera dell'Ammannati come il gigantesco Ercole, pure commissionato da Marco, che da cinquecento anni svetta con i suoi nove metri di altezza al centro del bel giardino di palazzo Protti, prima residenza del Benavides, ma che i ragazzi hanno invano sperato di vedere o sbirciare per un'occasionale apertura del portone, appostati in uno degli angoli più belli della città.

 
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